Quanti di voi hanno conosciuto Eduardo ?

Luogo pubblico dei chitarristi classici.
Arteusian
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Messaggio da Arteusian » mer 07 giu 2006, 14:24

setteottavi,
è vero che ci si può iscrivere ad un forum perchè attratti particolarmente da una conversazione, ma farlo soltanto per intervenire in una discussione, allo scopo di criticare ed offendere qualcuno, non mi sembra per niente un comportamento corretto.
Puoi esprimere le tue opinioni, anche il disappunto verso le affermazioni altrui, ma fallo con educazione, c'è anche una rubrica di presentazione per i nuovi iscritti, magari passaci, e dì qualcosa di te, prima di iniziare con le critiche e le offese.
Mi auguro che il maestro Barricelli ed i "chitarristi medi" casertani sappiano ignorare il tuo intervento, non vorremmo essere costretti ad intervenire ancora per chiudere questo topic
Arteusian

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Lucio Matarazzo
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Messaggio da Lucio Matarazzo » gio 15 giu 2006, 19:46

Bobairad ha scritto:vi posso garantire che , quando l'anno successivo la sua scomparsa fu organizzato al teatro Mercadante a Napoli una serata per ricordarlo , il teatro era pieno ed il pubblico realmente commosso a testimonianza del fatto che aveva lasciato in tutti un vuoto incolmabile
Ho trovato nei meandri del mio PC questo articolo di Roberto De Simone che fu pubblicato su "Il Mattino" di qualche anno fa.
E' molto bello perché ripercorre, attraverso aneddoti e storie e attraverso la figura di E.Caliendo - suo carissimo amico -, la storia di una Napoli e di un mondo che sembra andare scomparendo.
E' un po' lungo, ma penso valga la pena leggerlo.
Allego anche una foto del nostro caro Eduardo Caliendo.
CPS

L’anima del presepe di Eduardo
di Roberto De Simone


Non si tratta di Eduardo De Filippo, ma di Eduardo Caliendo: gentilissima anima di napoletano antico, vaghissimo chitarrista classico, ultima voce superstite di un consonante vibrare, di un crepuscolare sentire; devotissimo del santo capitone natalizio, delle alme zeppole di San Giuseppe, e, ovviamente, come Luca Cupiello, dell’ombelicale presepe, axis mundi, centro dell’universo che una volta spaziava da via San Gregorio Armeno alle porte dell’immaginario donde vagivano le arboree ance natalizie, le insufflate pelli delle cornamuse, o le innocenti voci delle pecorelle immolate nella strage, che sola rendeva possibile il consente il superamento dell'anno che volgeva al termine.
Tenero Eduardo, cui era caro, tra una sonata di Giuliani e un Tiento di Valderrábano, allestire la rituale architettura di sughero e cartone, respirare l’aroma delle novissime castagne al forno all’approssimarsi di novembre, quando diafana e luminosa era la pioggia sulle piccole botteghe, contrassegnate da una selva di fili d’argento con stelle comete e angeli cerulei, vivamente illuminati da lampade di 100 volts; ed era quella l’abbagliante soglia di un visionarismo attestante agli uomini di buona volontà che l’anima esisteva per davvero.
Lungi da me sciorinare cascami sentimentali alla Murolo-Tagliaferri ! Sto cercando solo di descrivere i moti dell’animo di Eduardo Caliendo che, in prossimità del Natale, si modellava su comportamenti interiori di molti napoletani, per i quali costruire il presepe era più importante del presepe stesso; per i quali darsi d’attorno per circa due mesi in tale impegno implicava il coinvolgimento di tutta la famiglia, e, ad opera compiuta, ad appagarli dal placet dei parenti, degli amici e dei conoscenti invitati alla rituale visita natalizia.
Il presepe, insomma, era una mano tesa a tante altre mani che si stringevano nel mistero della notte più buia, come in una catena dove tutti parlavano le sole vocali senza sillabe. - Robe’, ho fatto un presepe con un’osteria e un fiume che ci è voluta una pazienza… - mi diceva Eduardo, - e se non vieni a vederlo stiamo scompagni fino a Pasqua!
E in Eduardo erano identificabili tutti i presepianti tradizionali, allo stesso modo che in tutti i presepianti tradizionali si identificava Eduardo. In essi si manifestava un’insopprimibile, impellente necessità di lasciarsi trascinare in una rutilante spirale di tempo invernale, nei cui vortici lampeggiavano - fotogrammi d’un antico mistero - la grotta, l’osteria, le cascate d'acqua, i ponti, gli impervi crinali montuosi, i mulini, le fontane. Ed essi non si sottraevano al richiamo, ma obbedivano ciecamente come iniziati benandanti, sentendosi comandati da una forza imperiosa a svelare in qual modo nasce in noi il bisogno di Dio, senza il quale la vita si spegnerebbe in un inverno senza fine. E quasi morsi da una natalizia tarantola, essi diventavano sferici cristalli di oniriche visioni relative ai novanta numeri della cabala tradizionale: quei tarocchi-archetipi, proiettati nelle varie scene presepiali, emblematici misteri nei quali essi, i sacerdoti del presepe, annullavano la propria identità, o almeno lo speravano, fino al momento di incontrare un Gesù infante o un Dioniso bambino, che li avrebbe liberati per sempre dall’angoscia di essere diventati adulti.
Alla fine degli anni Trenta, quando abitavo con i nonni a Calata Trinità Maggiore, il custode del palazzo, don Alfonsino, costruiva nella portineria un gran presepe, e, di lato, poneva una bandiera tricolore e la foto di suo figlio Gaetano, morto a soli diciannove anni nella guerra ’15-’18. Davanti al presepe era collocata una lunga mensola di latta su cui ardevano una trentina di lumini; più in basso era sospesa una cassetta in cui gli inquilini deponevano un’offerta per la novena degli zampognari e per la spesa dei lumini.
Dopo il bombardamento della basilica di Santa Chiara (4 agosto 1943), ridotta a cumuli di rovine, un anziano monaco francescano progettava annualmente un settecentesco presepe per la cappella della Regina Maria Cristina, e sollecitava all’opera tutti i ragazzi della zona; cosicché, dalla metà di novembre, l’antico chiostro, pure in tanta devastazione, era rallegrato da un martellìo, da un vivo vociare di giovinetti in grembiule francescano, da un affaccendarsi sotto la guida del religioso architetto, che, tra l’altro, era di origine tedesca, e da giovane sembrava avviato a una luminosa carriera di pittore e scultore. Era lui che, esemplare innesto di una francescana Assisi sedotta dal barocco di Napoli, costruiva ponti, casette di paese, fontane; era lui che dipingeva il panoramico fondale, mentre a noi ragazzi toccava segare il sughero, sistemare le cantinelle di legno, liquefare la colla e tenere fermi i vari pezzi in attesa che il collante facesse presa.
Nel dicembre del 1943, all’Arenella, giaceva la carcassa di un carro armato abbandonato dai tedeschi. Quell’anno la città era anche afflitta da un’epidemia di tifo petecchiale, e allora un costruttore di presepi, don Pasquale Aloisio, come a realizzare la rappresentazione di un ex voto, si recò sul luogo, rivestì il carro armato con sughero e muschio, trasformandolo in un grande presepe all’aperto, e sulla torretta del cingolato poggiò una svettante stella cometa. Nei giorni precedenti il Natale passarono da quelle parti le squadre americane che sparsero una bianchissima polvere di ddt per disinfettare le strade, così da imbiancare anche quell’insolito presepe. - Embé, - commentò ironicamente don Pasquale, - ’americane ce hanno miso ’a neve!
Negli anni Settanta ricordo un calzolaio in Strada Pisanelli, il quale poneva in opera, da ottobre a dicembre, un presepe che occupava tutta la sua bottega, dove egli si lasciava a malapena lo spazio per il suo deschetto di ciabattino. Ma non è tutto: nello scenario presepiale, a destra della grotta, egli riproduceva minuziosamente quello scorcio di Strada Pisanelli, con una botteguccia di un calzolaio, al cui interno, oltre alla figurina di un ciabattino al lavoro, era collocato un presepe in miniatura. Insomma, il devoto artigiano intendeva, autorappresentandosi sul presepe, creare un complesso gioco speculare nel quale la riproduzione scenica riflettesse la realtà quotidiana, o viceversa, la rifrangesse all’infinito in una caleidoscopica sacra rappresentazione, in cui si inglobava anche il pubblico che frequentava la calzoleria.
Ho già abbondantemente chiarito, in un articolo apparso sul Mattino (dicembre 1980), e poi in un saggio pubblicato da Einaudi («Il presepe popolare napoletano») i significati emblematici delle scene e dei personaggi presepiali, significati che sono apparsi successivamente anche in diversi opuscoli e volumetti sul Natale napoletano, senza che i compilatori degli stessi si siano preoccupati di segnalare la fonte... delle loro informazioni. Ma non è il caso di polemizzare in tempo natalizio, e ritorniamo al tempo sospeso di Eduardo Caliendo, nostra pietra di paragone, oro alchemico di una risonante arpa eolica.
Una volta, in un concerto della Nuova Compagnia di Canto Popolare, feci eseguire un mio arrangiamento di «Quanno nascette Ninno»; dal piccolo palcoscenico del Teatro Esse volsi gli occhi in sala e incontrai quelli di Eduardo che grondavano lacrime sul viso più sorridente del mondo. Lui, l’aristocratico virtuoso della chitarra, tirava su dalle narici umide la tiepida aria per il suo infantile bisogno di singhiozzare. La medesima commozione prendeva i napoletani nell’udire i primi suoni degli zampognari (oggi del tutto scomparsi); e quella rustica polifonia evocava l'odore del fieno e il sapore del miele, il fulgore delle stelle e la fiammella delle candele, l’oro dei Magi e la santità dei poveri, il pianto del bambino e il sorriso della Madonna!
Caro amico e fratello, Eduardo, simbolo di un genocidio che la società dei consumi ha cinicamente compiuto per fare spazio a «Jingle bells», al presepe usa e getta, alle figurine desacralizzate e ridotte a rappresentazioni folcloristiche svuotate di ogni significato!
Se oggi Eduardo passasse per via San Gregorio Armeno e vedesse in vendita delle figurine made in Japan, come quelle che io vidi lo scorso anno, o addirittura le icone di Bin Laden, di Lady Diana e di altri personaggi della videocrazia, correrebbe a casa a sputare sulle corde della sua chitarra, come faceva spiritosamente quando incontrava delle difficoltà tecniche nell’esecuzione di un brano.
Ma oggi gli acquirenti dei costosissimi pastori non hanno più quella cultura che i napoletani mostravano nel distinguere i caratteri significanti della prosperosa lavandaia, dell’adolescente pescatore, del vecchio castagnaro, del piccolo e dormente Benino. Inoltre, mi piace ricordare che, ogni anno, si provvedeva all’acquisto di alcune figurine presepiali con gli spiccioli accumulati religiosamente, giorno dopo giorno, in un salvadanaio di terracotta (il carusiello), che veniva infranto nel giorno di San Nicola. Ci si recava poi a Santo Liguoro il giorno dell’Immacolata, per arricchire dei nuovi pezzi il presepe dell’anno precedente. Il presepe, in conclusione, era il compimento di un’attesa annuale, di un tempo in cui lo spazio della mente si illuminava di speranze antiche come il mondo; era un ritorno alla culla più povera dell’universo, ma più ricca di certezze rassicuranti; era il tempo dell’Avvento, e poi di San Nicola, dell’Immacolata, di Santa Lucia, della Vigilia. E, in cucina, all’odore del rosmarino, del lauro, dell’aglio soffritto, delle bottiglie di pomodoro aulenti di basilico, si sommava il penetrante odore della colla di pesce: un odore tradizionale non meno rituale di quello delle mele al forno o della minestra maritata.
Le recenti mutazioni del tempo storico non consentono eterni ritorni né sospensioni ai bambini intenti quotidianamente alla trasmissione di cartoni animati; non consentono occupazioni presepiali ai giovani magnetizzati dagli algidi salotti televisivi dei coniugi Costanzo. Né a schiudere novelli orizzonti rituali varrebbero le vacanze natalizie alle Azzorre, o, per i più poveri, il concerto di fine d’anno a Piazza Plebiscito, organizzato dal presenzialismo istituzionale. Ciò che resta del vecchio Natale è il vuoto: uno dei tanti vuoti culturali di Napoli, uno di quei grandi buchi prodotti dalla deflagrazione dell’anima, dal progressismo stagnante dei politici, dalla tossica dipendenza dai mass-media, in cui alligna l’ipocrisia dei bigliettini di auguri natalizi, dei regalini sotto l’albero, dell’altruismo banalizzato, di un buonismo da baraccone telematico, in cui troneggia Bush vestito da Babbo Natale che solca il cielo con la sua slitta, carica di bombe da distribuire ai bambini cattivi. Oggi, a Betlemme si perpetua solo una strage degli Innocenti, perché Erode vive ancora nel timore che dalla Palestina sorga un bambino che possa strappargli il mercato di Gerusalemme.... e ricordo che una volta gli zampognari cantavano in dialetto irpino:

A Bettilemme
sott’ a na capannella nasciva tra li bue e l’asinella,
Ma Erode, re birbante,
Trasette già mpaura
Ca chella criatura
Lo spriorava.
E pecché se tremava,
Chell’arma ntaverzata,
Fa fa’ chella salata
De guagliune.
Che simmele a picciune
Li facette scannare
Pe farece ncappare
A lu Bambino.


Si può più fare il presepe, privati dell’antica cultura? Ha lo stesso senso il comprarlo già confezionato a San Gregorio Armeno (sia pure costruito nel rispetto delle strutture tradizionali)? Né Eduardo né alcun giovane oggi lo comprerebbe, anche perché il costo del rituale scenario di sughero è elevatissimo, ed accessibile solo alle classi sociali più agiate. Pare, insomma, che anche il presepe popolare, come il più aulico presepe settecentesco, sia destinato a ridursi a un’immagine di agiatezza, a un bell’oggetto d’arredamento, privato dell’antica sacralità.
Se dovessi consigliare ai napoletani di rincorrere il tempo tradizionale, recuperarne il senso, e ritrovare in qualche modo l’alito umido della greppia, e il tepore del seno di Maria, suggerirei loro di visitare il presepe di Madonna dell'Arco, quello di Gragnano, del Santo Egidio a San Pasquale a Chiaia, o quelli allestiti in Provincia nelle chiese e negli antichi ipogei. È lì, che ancora possiamo sentirci immersi in un liquido amniotico comune, carne di un vivente cordone collegato al ventre di Dio, solare Madre di tutti noi, come diceva il buon pastore Luciani.
Costruire il presepe nel senso più interiore? Lo si può fare prestando la propria assistenza - da novembre a gennaio - in qualche centro di rieducazione per drogati o in qualche campo di accoglienza per profughi extracomunitari. Coloro che si impegnassero in una simile opera - è certo - avvertirebbero, nella notte di Natale, il profumo più intenso dei manderini misto a quello dell’incenso bruciato: come diceva commosso il mio buon amico Eduardo.
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Soledinapoli

Re: Quanti di voi hanno conosciuto Eduardo ?

Messaggio da Soledinapoli » mar 26 lug 2016, 14:05

So che questo topic è vecchio, ma desidero comunque lasciare il mio contributo, ringraziando tutti voi per avermene dato la possibilità.
Sono la nipote di Eduardo, figlia del suo unico fratello. Oggi è l'anniversario della morte dello zio, ne ricorre il 23° anniversario. Eppure lui è sempre vivo nei nostri pensieri.
Tutti noi nipoti l'abbiamo amato e abbiamo "respirato" nella sua casa l'amore sconfinato per la musica, per il presepe, per i Pulcinella, per la cucina e per tutte le tradizioni della nostra meravigliosa terra.
Al concerto del Mercadante c'ero anch'io, che con molta umiltà, insieme a mio padre (che purtroppo non c'è più), ai miei fratelli ed a mia cognata, suonai quella "Serenatella piccerella" che mio nonno Ettore compose per il suo primogenito, su versi del grande Cinquegrana.
Fu un'emozione immensa, che le parole non riescono a descrivere appieno.. chi avesse voglia di ascoltarla può cercarla su Youtube. https://www.youtube.com/watch?v=rrTcnM1yR8Y
Sono molto orgogliosa delle mie origini, che sono oggi perpetuate da mio fratello Gianfranco, musicista per professione, che ha creato una meravigliosa Accademia, nella quale si insegna canto moderno e strumenti vari, e dove si respira rispetto ed amore per la musica.
Agli allievi Gianfranco racconta spesso di zio Eduardo e di tutte le passioni che ha un pò trasferito a noi...
Mi dispiace che le nobili intenzioni di memoria di chi ha inteso aprire questo topic si siano un pò perse per l'intervento di qualcuno che, evidentemente, non ha avuto modo di conoscere a fondo il grande artista di cui parliamo. Ma si sa...questo è frutto anche della sua indole schiva, che lo ha sempre portato a restare dietro le quinte, anche quando i lavori svolti gli avrebbero fatto meritare il primo posto della ribalta.
Pochi lo conoscono e sanno di cosa parliamo...
Grazie ancora a tutti e...buona musica!

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Alma Steiner
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Re: Quanti di voi hanno conosciuto Eduardo ?

Messaggio da Alma Steiner » mar 26 lug 2016, 21:05

Grazie per il commovente e bel ricordo.
:::===(o| )

cobretti74
Messaggi: 68
Iscritto il: ven 26 set 2014, 09:11

Re: Quanti di voi hanno conosciuto Eduardo ?

Messaggio da cobretti74 » sab 30 lug 2016, 13:58

Ciao a tutti,
sono un appassionato di chitarra originario di Rimini, trapiantato a Roma e con un debole per la città di Napoli, ci tenevo a sottolineare -->
ben vengano thread di questo tipo!!!
Non conoscevo, purtroppo, il maestro Caliendo, e ora, grazie ai vostri messaggi sono stato stimolato a documentarmi sulla sua figura... Uno spettacolo!!!
Vorrei approfittarne: potrei avere qche riferimento su come reperire gli spartiti delle.sue composizioni? ... xchè ho provato a riguardo a girovagare su internet, ma senza successo :(
Grazie Grazie Grazie!!!
Marco

forcella
Messaggi: 1
Iscritto il: lun 24 lug 2017, 16:51

La chitarra a Napoli passa per le mani di Eduardo

Messaggio da forcella » lun 24 lug 2017, 17:19

Buonasera, e complimenti per il forum. Ho visto che anche mia sorella ha lasciato un post. Io sono Gianfranco, nipote di Eduardo.
Effettivamente Angelo Barricelli...con la sua uscita :
per me se una persona qualsiasi, prova uno strumento qualsiasi senza fare nessun brano, senza una frase ne piano ne forte ma con una sola nota e per giunta con un tocco fortissimo (sempre su un sola nota) o è un genio oppure non sape sona' come dicono dalle mie parti.
E poi lo so' vedere se uno suona o suonicchia, please con la gallinotti o con la kohno...
...non è stato molto felice. Penso a lui come un tizio che quando incontra un chitarrista fa le scale più veloci che ricorda....un classico di chi....nun sape sunà...come dicono dalle mie parti.
Ringazio il grande Lucio Materazzi per l'accorata difesa. E naturalmente chi non ha conosciuto Eduardo Caliendo non può capire. Resta il fatto che chi ha studiato Chitarra classica a Napoli è passato attraverso lui , come docente o come esaminatore... Ma Eduardo era qualcosa in più, ha lasciato grandi tracce, composizioni per chitarra ed è un punto di riferimento per tutto il mondo dell'accompagnamento delle Canzoni Classiche napoletane, attraverso la Napoletana di Murolo, suonata, trascritta e arrangiata da lui. Vi rinnovo il sito con la sua biografia completa
http://www.caliendo.it/eduardocaliendo.html
Questo è l'omaggio a lui di Mario Gangi
https://www.youtube.com/watch?v=mZVcM5b0KMg
e alla serata del Mercadante intervenne anche Alirio Diaz, suo grande amico...

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